Sky non sta comprando ITV, ma il diritto di restare rilevante in UK
Il nemico dei broadcaster non sono Netflix & C., ma l’irrilevanza. L’acquisizione di ITV da parte di Sky spiega perché, nell’era delle piattaforme, sopravvivere da soli potrebbe non essere possibile
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Quando un gruppo vende un asset importante e, pochi mesi dopo, investe quasi 1,9 miliardi di euro per comprarne un altro, la domanda non è quanto abbia speso, ma perché lo abbia fatto.
Ed è proprio qui che, a mio avviso, molti commenti sull’operazione Sky-ITV si fermano troppo presto.
La lettura più diffusa è semplice: Sky compra ITV per creare un campione britannico capace di competere con Netflix.
È vero; ma è anche la parte meno interessante della storia.
Comcast non si sta espandendo. Sta scegliendo dove combattere.
Solo pochi mesi fa Comcast ha ceduto Sky Deutschland a RTL Group, rinunciando a essere il consolidatore del mercato tedesco (lo sarà RTL).
Oggi, invece, sceglie la strada opposta nel Regno Unito: compra ITV Media & Entertainment e trasforma Sky nel fulcro del consolidamento britannico.
Vista così, l’operazione non appare più come una contraddizione: è una selezione.
Un gruppo globale smette di presidiare indistintamente tutti i mercati europei e concentra capitale, management e tecnologia dove ritiene di poter costruire una posizione dominante.
È una strategia che molti broadcaster europei potrebbero essere costretti a imitare.
La televisione non compete più con la televisione
Questo è forse il cambiamento più difficile da accettare; il concorrente di una rete televisiva non è più un’altra rete televisiva.
La vera competizione si gioca contro chi controlla l’interfaccia, l’algoritmo, la raccolta dati, la pubblicità e, soprattutto, l’accesso iniziale dello spettatore.
Quando accendiamo una smart TV, nessuno entra più dall’originaria porta principale (la tv lineare DTT), ma dalla schermata iniziale.
E chi decide cosa vediamo per primo esercita un potere enorme, spesso superiore a quello del produttore dei contenuti.
È il tema della prominence, destinato a diventare uno dei grandi terreni di scontro regolatorio dei prossimi anni.
Ecco perché la free TV torna improvvisamente preziosa
Molti hanno letto l’operazione come il tramonto della televisione tradizionale; io ci vedo quasi l’opposto.
Sky non compra soltanto canali televisivi, ma copertura, fiducia, marchi storici, raccolta pubblicitaria, dati, relazione con il pubblico e una piattaforma streaming già consolidata.
In altre parole, compra tutto ciò che serve per costruire un ecosistema.
La distinzione tra free TV, pay TV e streaming sta rapidamente perdendo significato.
Conta sempre meno come arriva il contenuto e sempre di più chi controlla l’intera esperienza.
L’Europa dovrà decidere cosa vuole diventare
Qui arriva il punto che considero decisivo.
Ogni volta che due grandi broadcaster europei si aggregano, il primo riflesso è parlare di antitrust. Comprensibile, ma la prospettiva andrebbe rovesciata.
Possiamo davvero chiedere ai gruppi europei di competere con Netflix, YouTube, Amazon e Disney mantenendo una dimensione pensata per il mercato televisivo degli anni Novanta?
Le autorità dovranno certamente vigilare affinché il consolidamento non riduca il pluralismo o chiuda il mercato pubblicitario.
Ma dovranno anche evitare un altro rischio: proteggere così tanto la concorrenza interna da rendere irrilevanti i player europei nella competizione globale.
È un equilibrio molto più difficile di quanto sembri.
Non è una fusione
L’operazione Sky-ITV (che è la riproposizione contraria di RTL/Sky) racconta qualcosa che probabilmente vedremo sempre più spesso: i broadcaster europei non comprano aziende, ma costruiscono scala economica, tecnologica e distributiva.
Perché il valore non nasce più soltanto dal numero degli abbonati, ma dalla capacità di combinare contenuti, pubblicità, dati, streaming, distribuzione e relazione diretta con il pubblico.
Chi continuerà a ragionare come se fossimo ancora nell’era della televisione lineare rischia di interpretare ogni acquisizione come una semplice operazione societaria.
In realtà stiamo osservando la costruzione del prossimo modello industriale dell’audiovisivo europeo.
E forse la domanda più interessante non è se Sky abbia pagato troppo, il giusto o poco ITV, ma quanti broadcaster europei riusciranno ancora a permettersi di restare indipendenti?




