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Vent’anni, per una radio nativa digitale, sono quasi un’era geologica. LolliRadio li raggiunge in questi giorni, ma Marco Lolli non ha voglia di stappare bottiglie.
La sua lunga intervista a Newslinet espone un esperimento riuscito tecnicamente e molto meno industrialmente.
Quando essere digitali sembrava un vantaggio
Marco Lolli, noto regista e station manager, aveva cominciato a sperimentare lo streaming già nel 1996. Il progetto vero prende forma dieci anni dopo: il 28 agosto 2006 parte LolliRadio.
La prima intuizione è molto radiofonica: se non hai frequenze, devi comunque trovare il modo di farti trovare.
Arrivano così Nokia Radioplayer e soprattutto iTunes. Quando quest’ultimo inserisce LolliRadio tra le radio internazionali, gli ascolti cambiano immediatamente scala.
Vista da oggi sembra una dinamica ovvia, ma nel 2006 non lo era affatto. Era già comparso uno dei meccanismi destinati a governare la distribuzione audio digitale: la piattaforma diventa parte dell’infrastruttura di accesso al contenuto.
L’audience però non basta
LolliRadio cresce, moltiplica i canali, investe in tecnologia e arriva ad adottare strumenti professionali. In altre parole, cerca di comportarsi come una radio vera senza possedere un trasmettitore FM.
Ma essere una radio vera significa anche sostenerne i costi: dal 2009 l’aumento delle tariffe per diritto d’autore e diritti connessi comincia a rendere molto più complicati i conti delle web radio. Contemporaneamente gli editori digitali non riescono a costruire una rappresentanza sufficientemente forte da negoziare e tutelare interessi comuni. Comincia così una selezione che lascia sul terreno moltissimi progetti.
Il cortocircuito economico
Il passaggio più significativo arriva quando LolliRadio prova a diventare pienamente commerciale: la radio entra nel mercato pubblicitario nazionale e, racconta Lolli, l’interesse dei centri media c’è. Quello che manca è la massa economica.
I ricavi pubblicitari non riescono a compensare costi che, nel frattempo, aumentano anche perché Lolli continua a investire sul prodotto.
Nel luglio 2024 arriva quindi una decisione apparentemente paradossale: mentre gli ascolti salgono LolliRadio interrompe il rapporto con la concessionaria e torna amatoriale.
È probabilmente il passaggio che meglio sintetizza l’intera vicenda: una radio può avere pubblico, tecnologia, riconoscibilità e perfino interesse commerciale senza riuscire a trasformare tutto questo in un’attività economicamente autosufficiente.
Un mercato rimasto incompleto
Lolli individua molti responsabili: collecting, industria discografica, pubblicità, operatori irregolari. Ma riserva una parte consistente delle responsabilità agli stessi editori digitali, incapaci - nella sua ricostruzione - di fare sistema.
La questione va oltre LolliRadio: la radio IP ha vinto tecnologicamente senza però riuscire a costruire una propria economia autonoma.
Oggi ascoltare una radio attraverso Internet è assolutamente normale: smartphone, automobili connesse, smart speaker e aggregatori hanno eliminato quasi tutte le barriere tecniche che esistevano quando LolliRadio cominciò. Eppure la radio nativa digitale continua ad avere difficoltà a ottenere misurazioni ufficiali, rappresentanza pubblicitaria e riconoscimento industriale proporzionati alla diffusione dell’ascolto IP. È una contraddizione destinata a diventare sempre più evidente.
Il precedente che dovrebbe interessare anche la radio tradizionale
C’è poi un aspetto che rende questa storia particolarmente attuale: la radio FM sta progressivamente diventando anche un prodotto IP. Le emittenti tradizionali entrano quindi nello stesso ambiente nel quale le native digitali operano da tempo. Questo significa che alcune difficoltà sperimentate anticipatamente dalle web radio - discovery, aggregazione, prominence, misurazione, monetizzazione e dipendenza dalle piattaforme - possono progressivamente interessare l’intero comparto.
LolliRadio, da questo punto di vista, assomiglia meno a un esperimento marginale del passato e più a un laboratorio anticipato di problemi che oggi riguardano una porzione crescente della radio.
Vent’anni e una domanda ancora aperta
Marco Lolli conclude l’intervista con una frase piuttosto pesante: «Non so se ci saremo il 21º anno». Sarebbe facile leggerla soltanto come l’amarezza di un editore che ha investito molto più di quanto abbia recuperato.
Ma il ventesimo compleanno di LolliRadio lascia soprattutto un dato industriale: il web ha ormai conquistato la distribuzione audio, mentre il mercato delle radio nate esclusivamente dentro quel mezzo è rimasto fragile.
E questa è una distinzione importante, perché se una radio digitale può arrivare a vent’anni, costruire un marchio riconoscibile, raggiungere ascolti significativi e dotarsi di tecnologia professionale senza riuscire comunque a trovare un equilibrio economico stabile, il caso LolliRadio merita di essere studiato più che celebrato.




