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Il precedente tentativo australiano (del 2021) di forzare la mano alle big tech affinché riconoscessero agli editori un equo compenso per lo sfruttamento delle notizie) è fallito perché gli OTT hanno semplicemente risposto: “Vuoi che paghi per le notizie? Allora smetto di mostrarle”.
Una risposta brutale, ma economicamente razionale. E soprattutto possibile perché lasciava alla piattaforma la scelta finale: remunerare l’informazione oppure farne a meno.
Consapevole dell’errore, l’Australia sta provando a togliere dal tavolo proprio questa carta.
Pagare oppure accordarsi
Il nuovo sistema australiano introduce infatti una logica piuttosto ingegnosa: le grandi piattaforme interessate possono raggiungere accordi commerciali con gli editori; se non lo fanno, entra in gioco un prelievo pari al 2,75% dei ricavi pubblicitari australiani.
La particolarità è ciò che accade dopo, perché eliminare le news non costituisce una via di fuga.
Meta ha insegnato la lezione
Come detto, il precedente australiano aveva già mostrato il limite dei sistemi fondati essenzialmente sulla presenza e sull’utilizzo delle notizie. Meta poteva decidere che il gioco non valesse più la candela e ridimensionare il rapporto con l’informazione professionale (come poi in effetti ha fatto).
Con il nuovo meccanismo quella minaccia perde buona parte della propria efficacia negoziale: la piattaforma può certamente continuare a decidere cosa distribuire, ma la decisione di non distribuire più news non basta, da sola, a sottrarla al meccanismo economico.
E se domani il problema fossero soprattutto le AI?
Il vecchio conflitto riguardava soprattutto link, snippet, indicizzazione e traffico; quello che sta arrivando riguarda qualcosa di diverso: sistemi capaci di utilizzare l’informazione per costruire direttamente una risposta. Se l’utente ottiene ciò che cerca senza visitare la fonte, il tradizionale scambio fra editore e intermediario digitale si indebolisce:
io produco informazione → tu la distribuisci → io ricevo traffico.
Con l’AI l’ultima parte della catena può ridursi drasticamente.
Per questo legare la sostenibilità dell’informazione esclusivamente all’esposizione materiale del contenuto potrebbe diventare rapidamente insufficiente.
Una tassa? Sarebbe una lettura riduttiva
Il 2,75% attira inevitabilmente l’attenzione, ma concentrarsi soltanto sull’aliquota rischia di far perdere il senso dell’operazione.
Il meccanismo australiano serve soprattutto a rendere economicamente conveniente negoziare: se gli accordi con gli editori consentono alle piattaforme di ridurre l’esborso, la soluzione preferibile torna ad essere il contratto. E quindi il mercato.
Solo che, questa volta, al tavolo negoziale la porta d’uscita è molto più costosa.
L’esperimento che Europa e AI dovrebbero osservare
L’Europa ha costruito la propria risposta prevalentemente attorno al copyright, ai diritti connessi e all’equo compenso. L’Australia sta sperimentando qualcosa di concettualmente differente: intervenire sul rapporto economico fra chi produce informazione e chi dispone della capacità tecnologica di intercettarne il valore commerciale.
Potrebbe funzionare, ma anche produrre effetti collaterali.
Quel che è certo è che le big tech cercheranno di limitarne l’impatto. Come sarà da vedere.
Google, Meta, TikTok o LinkedIn possono ancora decidere che le news non interessano più; solo che farlo potrebbe non essere più una strategia negoziale, ma semplicemente diventare quella più costosa.




