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Mancano poco più di tre anni al 2030, l’anno nel quale, prolungando con una semplice retta l’andamento delle vendite dal 2021 al 2025, la Repubblica arriverebbe matematicamente a zero copie cartacee pagate.
Per Il Sole 24 Ore bisognerebbe aspettare il 2032/2033. Per il Corriere della Sera il 2033.
Naturalmente non accadrà così: una regressione lineare non conosce edicole, abitudini, pensionamenti, nuovi lettori, aumenti di prezzo, crisi internazionali, innovazioni editoriali e nemmeno quella strana capacità dei supporti dati per morti di continuare a vivere (il vinile avrebbe qualcosa da raccontare in proposito).
E infatti quei tre anni non sono previsioni. Sono il risultato di un esercizio matematico che abbiamo fatto su Newslinet utilizzando i dati ADS 2021-2025.
Ma proprio perché sappiamo che lo zero non arriverà in quel modo, la retta diventa suggestiva per un altro motivo.
Cinquantamila copie sparite in quattro anni
Nel 2021 il Corriere della Sera vendeva 156.680 copie cartacee pagate (nel 2025 erano 105.655); La Repubblica è passata da 104.677 a 58.993; Il Sole 24 Ore da 45.002 a 29.478.
La discesa sta rallentando e questo è importante: il comportamento reale assomiglia probabilmente più a una curva che tende progressivamente ad appiattirsi che a una retta destinata a perforare lo zero. Rimane però un particolare: la carta continua a perdere copie.
E nel frattempo il Corriere della Sera si prepara a ridurre la foliazione: da ottobre l’edizione nazionale passerà, secondo quanto riportato da Professione Reporter, da 21-22 a 18-19 pagine; alcune edizioni locali scenderanno a otto. La spiegazione industriale è comprensibile: se diminuiscono le copie, occorre intervenire sui costi; quella editoriale è meno scontata.
Togliere pagine a un prodotto che vende meno
Proviamo a guardare la questione dalla parte del lettore: un quotidiano perde copie e per compensare riduce le pagine. Il prodotto fisico diventa quindi più piccolo proprio mentre deve convincere un numero decrescente di persone a spendere denaro per acquistarlo. È un circolo che meriterebbe di essere studiato.
Perché nel 2026 la carta non compete più con un altro quotidiano, ma con Google News, con le app, con le notifiche, con i social network, con i podcast, con YouTube, con le newsletter e ormai anche con ChatGPT, Claude, Gemini e gli altri sistemi di intelligenza artificiale capaci di sintetizzare in pochi secondi quello che è successo nel mondo. Se la carta prova a vincere quella competizione offrendo le stesse notizie, ha già perso.
Quando la Terza Pagina aveva un senso economico
C’è poi un elemento nella storia dei quotidiani italiani che oggi appare quasi archeologico: la Terza Pagina, lo spazio della cultura, degli scrittori, degli elzeviri.
Si comprava un giornale anche per leggere Dino Buzzati, Pier Paolo Pasolini, Gianni Brera. Il nome in fondo o in cima all’articolo aveva un valore commerciale: era una delle ragioni d’acquisto.
Oggi, invece, possiamo conoscere una notizia senza acquistare nulla e spesso possiamo leggerne decine di versioni gratuitamente.
La domanda diventa quindi molto semplice: che cosa contiene un quotidiano per cui valga ancora la pena pagare?
Il confronto con l’estero complica la diagnosi
Dire che la carta è in crisi ovunque risolve il problema troppo facilmente: i dati internazionali raccontano una situazione meno uniforme. Le Monde, considerando la Diffusion France Payée, che comprende anche il digitale a pagamento, è passato da 283.678 copie nel 2018 a 559.250 nel 2025. Questo non significa che in Francia stiano improvvisamente comprando il doppio dei giornali di carta: la metrica comprende infatti carta e digitale. Significa però qualcosa di altrettanto interessante: un quotidiano tradizionale può aumentare fortemente la propria diffusione pagata nell’ecosistema digitale.
Il Financial Times, sul versante cartaceo, continua invece a diminuire, ma negli ultimi anni con una velocità inferiore rispetto alla fase precedente.
Non esiste quindi una sola traiettoria ed è proprio questo che rende insufficiente attribuire tutto alla tecnologia.
Abbiamo anche scartato una nostra vecchia ipotesi
Qualche anno fa avevamo provato a verificare se esistesse una relazione tra diffusione dei quotidiani e Press Freedom Index: i nuovi dati non la confermano. L’Italia è migliorata leggermente nella graduatoria di Reporters Sans Frontières, passando dalla 58ª alla 56ª posizione, mentre le copie hanno continuato a diminuire.
L’ipotesi, almeno sulla base di questi dati, non regge. Ed è utile dirlo: fare analisi significa anche abbandonare una spiegazione quando i numeri smettono di sostenerla.
Forse stiamo misurando la cosa sbagliata
Continuiamo a domandarci quando morirà la carta, ma potrebbe essere una domanda meno importante di quanto sembri. La carta potrebbe infatti non morire affatto, perché potrebbe stabilizzarsi su numeri molto più bassi, trasformarsi in prodotto premium, diventare complementare al digitale, conservare nicchie economicamente sostenibili. Esattamente come altri supporti che la tecnologia avrebbe dovuto cancellare.
Il tema diventa allora un altro: non quante copie resteranno, ma per quale motivo qualcuno continuerà a comprarle. Per avere le notizie? Difficile: quelle arrivano prima altrove. Per avere analisi, selezione, autorevolezza, scrittura, approfondimento, firme riconoscibili, contenuti che non siano intercambiabili con quelli disponibili gratuitamente? Qui la risposta potrebbe essere diversa.
Ed è per questo che la riduzione delle pagine di un quotidiano non è soltanto una questione industriale: se si riduce il prodotto mentre diminuiscono i compratori, bisogna essere molto sicuri di non stare eliminando proprio le pagine per le quali gli ultimi compratori erano ancora disposti a pagare.
La regressione dice 2030, 2032, 2033; la matematica, però, non sa perché compriamo un giornale.
Ed è precisamente quella la variabile che adesso conta di più.




